Altri destini

Altri destini
Autore: 
Walter Pozzi

Nel 1976, durante una manifestazione, un ragazzo viene ucciso dalle forze dell'ordine. 25 anni dopo il suo maglione insanguinato, dato per scomparso dalla polizia, ricompare nelle mani di Roman Zeri, figlio del giornalista che l'aveva sottratto dalla scena del delitto. È questo lo spunto di un romanzo che, attraverso i frammenti della vita di diversi personaggi, denuncia i silenzi politici, l'imporsi di nuovo miti sociali e la perdita d'identità nel corso dell'ultimo quarto di secolo.

La grande repressione del 1979 in cui decine di intellettuali finirono incarcerate per motivi ideologici, l'edonismo degli anni Ottanta e il conseguente e definitivo smarrimento di una forte individualità collettiva... in una discesa temporale che parte dal 2001 per terminare nel 1976, Walter G. Pozzi costruisce una sequenza di scene narrative nelle quali personaggi di finzione s'incontrano con personaggi realmente esistiti e partecipano a fatti realmente accaduti, ricostruendo così il mosaico contemporaneo di un Paese dedito esclusivamente al divertimento, alla distrazione televisiva, al culto del lavoro e al mito dell'apparire.

Con una narrazione via via sempre più incalzante, Pozzi individua in una ipotetica data dalla connotazione fortemente simbolica (il 3 gennaio 1979) e in un processo politico (la cosiddetta inchiesta "3 Gennaio") celebrato contro l'intellettualità dissenziente e il pensiero critico, il momento della perdita di coscienza che ha condotto il Paese alla disgregazione dei valori e all'incapacità di riflettere su di sé, tipica dei giorni nostri. Un romanzo di grande respiro che ci lascia senza fiato dalla prima all'ultima riga.

Il primo Capitolo:
Capitolo 1: Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi [Matteo 24, 28]

Hanno l’attesa negli occhi e chiedono un nuovo destino.
Nell’aria si diffonde un odore di materiali scaduti, di chiuso, ma Max non lo sente. Vuole solamente assistere alla scena, essere al posto giusto nel momento giusto. Ha di fronte un disastro annunciato e corre, incurva le spalle come un giocatore di rugby e si perde tra le migliaia di facce e corpi che serrano il corteo. I pugni delle persone si levano e saettano in avanti al ritmo degli slogan. Nessuno ha mai costruito da solo la storia, e Max è appena qualcosa di più di un giovane uomo che gioca. Non appartiene a quel grande movimento partecipativo. È la telecamera che mostra, il giudice che si erge, la mannaia che cala. E corre, e si sbraccia, e cerca...
Il capo alla testa del corteo, insieme a una decina di compagni, solleva la mano aperta e si volta in direzione di quel tappeto di teste, capelli e volti; la strada è sbarrata dalle camionette della polizia. Si ferma in cerca di vie di fuga laterali. Intima l’alt.
Il corteo rimane immobile. Vibrante, come una massa di energia. Uniforme. Compatto. Le urla agitano l’aria in attesa dei primi lacrimogeni che tra poco pioveranno.
Dal fianco destro di quel plotone disordinatamente incolonnato, Max cerca di scorgere il fotografo.
"Danilo!" grida. "Danilooo!"
Si abbassa sulle ginocchia, si rialza, come un arbitro durante una mischia. Nella bolgia, qualcuno lo urta con violenza, volano parole. Un uomo, poco distante, dice "Adesso sparano... stiamo attenti che adesso sparano" ma dalla sua posizione Max non riesce a vedere lo schieramento dei celerini.
Una ragazza, in mezzo a tre uomini, suona una tromba da stadio. Ha capelli lunghi e morbidi. Indossa un largo maglione rosso e una sciarpa colorata di seta grezza. I compagni soffiano dentro i fischietti. Un sibilo continuo, cadenzato...
Le nuvole sono gonfie, il gonfiore livido della rabbia.
"Danilo! Dove cazzo... Danilooo! Dove sei?"
Max comincia a sudare... Sente la camicia appiccicarsi alle braccia, sotto il maglione. Apre il bottone del colletto e allenta il nodo della cravatta. La lana zuppa della canottiera aderisce alla pelle del petto e comincia a pizzicare. Adesso Max pensa alla moglie, a casa, che gli ha preparato i vestiti sul letto, come ogni mattina. Con le mani allarga gli abiti a libera il petto per un sollievo momentaneo. Un brivido di freddo lo percorre quando la canottiera bagnata aderisce nuovamente al corpo. Fanculo, pensa, mentre il mondo intorno esplode.
Il corteo è un’unica persona... Un’unica ombra dilatata con milioni di braccia e milioni di gambe, un immenso millepiedi che preme, pronto a esplodere in uno scintillare di cellule, una rossa metastasi per le vie della città.
Improvvisamente due giovani, i volti coperti da una kefiyah bianconera, si staccano dal gruppo e si lanciano lungo il fronte sinistro. Uno corre avanti urlando come un ossesso... una sorta di slogan... e l’altro, dietro, lo insegue con una sacca di tela in mano.
Non hanno indugi né dubbi di sorta, si fermano a una ventina di metri dalla colonna dei celerini, immobili, muniti di caschi, scudi e manganelli antisommossa, tenuti a freno come fiere ringhianti. Attendono un ordine, un motivo che dia loro ragione di esplodere, sono pronti a caricare, fremono e gonfiano la strada. Eccolo il motivo! Due bottiglie incendiarie ruotano come cerchi di fuoco nell’aria immobile.
"Adesso partono, ci caricano" avvisa ancora uno del corteo. "State pronti, Cristo!, state pronti... Vi prego, vi prego!"
Quello dei due che urla e corre davanti si ferma, l’altro apre la sacca e ne estrae una bottiglia... La passa al collega... La strada non offre vie di fuga laterali, o ci si scontra o si fugge. Nel frattempo, i celerini si aprono e appare una camionetta.
Tarzan, un giovane con i capelli lunghi legati a coda di cavallo, richiama l’attenzione del responsabile.
"Guarda là!"
Il dirigente si volta verso i due.
"Chi cazzo sono quelli! Fermateli!"
Un altro poco lontano dice: "Non sono dei nostri!"
"Non me ne frega un cazzo, qualcuno li fermi!"
Intanto la camionetta della celere si ferma e gli agenti fanno appena in tempo a scendere e a schierarsi, prima che la bottiglia si schianti sulla fiancata destra e prenda fuoco.
Dal gruppo di agenti si sollevano urla.
"Scoppia, scoppia, via, via..."
I due giovani intanto cercano di rientrare velocemente fra maglie del corteo ma vengono respinti a spintoni, pugni e calci. In tre si lanciano a bloccare il ragazzo che ha lanciato la bottiglia, gli sono addosso, lo strattonano, quello fa andare un paio di pugni a vuoto, alla rinfusa nel tentativo di respingere l’attacco e riesce a divincolarsi, finché da dietro non viene aggredito da un quarto. Cade.
Gli sono addosso...
Lo senti urlare, il copricapo vola lontano.
Il secondo giovane ha lasciato andare la sacca di tela e si è perso nelle retrovie, tra la gente che non ha assistito alla scena.
Finalmente Max riesce a scorgere il collega.
"Danilooo!" grida.
L’amico si volta; ha la macchina fotografica in mano e la sacca con i rullini a tracolla, stretta, aderente come una cartucciera.
"Cazzo!" esclama max. "Hai visto che roba?"
"Scherzi? Un lancio da record, neanche in addestramento..."
"Lo hai preso?" chiede Max.
"Tac!" risponde Danilo, mimando lo scatto. "Li ho visti staccarsi dal gruppo e non li ho più tolti dall’obiettivo... devo averne scattate una ventina."
"Anche il pestaggio?" dice Max.
"E non solo, stasera vedrai."
Sono vicinissimi tra loro, pochi metri. Danilo ha le basette lunghe e i capelli spettinati.
"Tieni, Max" gli dice allungandogli un limone, "mi sa che tra poco ce ne sarà bisogno."
Si voltano verso il fronte degli agenti. Tra poco farà caldo.
Il responsabile di quel pezzo di corteo chiede notizie sui due lanciatori di bottiglie. "Sono dei nostri?"
Tarzan urla verso la calca alle loro spalle. "Li avete presi?" poi rivolto al compagno appena dietro dice: "Miki, informati se li hanno presi."
"Attenti, cazzo!, adesso attaccano" grida una voce.
Ne vedono tre giungere di corsa in prima linea, puntare i fucili verso l’alto e lanciare tre, quattro, più lacrimogeni.
"Eccoli, su i fazzoletti! Cazzo, indietro!"
Il corteo si allarga all’arrivo dei primi candelotti. Ecco l’urto. Il fumo si alza come una nebbia mattutina. Avvolge i manifestanti, li confonde. Qualcuno cade, una ragazza urla il nome del suo ragazzo, uno la urta ed eccola rovinare a terra su un fianco.
"Fermi!" grida un giovane allargando le braccia per bloccare il panico.
"Cristo, fermatevi, dove cazzo..."
Ancora un lacrimogeno cade a due metri di distanza, non si vede più niente.
"Dobbiamo tenere" grida uno.
"Via, via!" grida un altro.
Un gruppo si dispone in linea per proteggere la ritirata dei compagni, ognuno con quel che ha, scudi, caschi, i fazzoletti sul viso, diritti in mezzo al fumo, ognuno con una sacca a tracolla usata come una rudimentale faretra. Appena gli agenti accennano una carica parte la prima raffica di sampietrini. Il rumore dell’impatto sugli scudi e sul selciato ha il fragore di una grandinata. Altri lacrimogeni fendono l’aria, altro fumo, e infine la carica lanciata da altre due camionette.
Max, protetto dalla rientranza di un portone, strattona Danilo per la maglia e lo tira nel riparo.
"Stammi vicino! Quelli caricano la gente..."
Sudato, grondante, il fotografo alza la macchina e scatta più foto... Il rumore del motorino, a ogni scatto, sembra già dividere in frammenti e mettere ordine in una situazione che in realtà è moto convulso, caos primevo, puro inferno. L’eccitazione e il fumo avvolgono la via in un unico fascio.
Danilo Graf inquadra un giovane mentre lancia qualcosa, un oggetto, un sasso. Lo fotografa mentre questi si volta su se stesso, sempre tenendo lo sguardo sul nemico, il giovane incespica ma non cade. Traccheggia, infine si inginocchia tenendosi la testa tra le mani a proteggersi da quel frastuono. Una ragazza gli si avvicina e gli si inginocchia accanto. Grida, singhiozza e lo abbraccia. Ogni tanto alza lo sguardo in cerca di soccorso.
Graf accenna ad abbandonare il rifugio per soccorrerli, ma si sente afferrare la cinghia della borsa con i rullini. È Max che lo tira a sé e gli urla qualcosa in faccia.
Una fiumana di ragazzi, aggrediti a manganellate da uomini bardati come cavalieri medioevali, scappa disordinatamente; alcuni cadono e vengono picchiati mentre sono a terra, calci, pugni e colpi. Altri manifestanti sopraggiungono in aiuto dei compagni in difficoltà, mentre un celerino viene isolato dai colleghi e sbattuto contro un muro poco distante dai due reporter.
Danilo si sporge dal nascondiglio, si inginocchia come se dovesse prendere la mira, come un cecchino... scatta, scatta ancora. Una lieve torsione del busto e dalla medesima posizione immortala altri scontri, altre botte.
Quando torna al riparo Max non c’è più. Allunga il collo, si abbassa e scruta, finché due ragazzi gli crollano addosso, nemmeno il tempo di accorgersene e proteggersi. Uno è una maschera di sangue, l’altro urla e sbava. Danilo alza gli occhi. Il tempo di vedere calare sulla sua spalla una manganellata portata da un imponente cavaliere scuro. Il dolore è una vampata intensa e brevissima. Gli piega le ginocchia. Per proteggersi da altri colpi si rannicchia in un angolo del portone. I corpi dei due manifestanti stesi a terra gli impediscono di muoversi.
"Sono un fotografo!" grida.
Tende il braccio con la macchina fotografica.
"Sono un fotografo!"
I colpi non arrivano, solo il rumore dello scalpiccio di scarpe e il pesante pestare di anfibi.
Cautamente alza lo sguardo, il braccio sempre teso verso l’alto, e vede solamente il cielo, i tetti e il fumo; il cielo e il fumo, e persone che corrono senza criterio.

Due giovani si erano caricati le sacche sulle spalle e si erano rivolti gli auguri. Si sentivano carichi, forti.
"Non prendete le pistole" dice loro il maresciallo, "e uscite dal retro... non voglio che vi vedano."
Un uomo, anch’egli in divisa, si avvicina ai tre con una cartina spiegazzata in mano. Con i guanti fatica ad aprirla.
Un altro, con i capelli corti e gli occhi chiari, li osserva seduto in un angolo. Sono sue le strategie per fronteggiare la manifestazione.
"Abbiamo disposto gli uomini un po’ ovunque, anche in mezzo al corteo" dice l’uomo in divisa.
Il maresciallo si rivolge ai due: "Allora, sapete cosa fare... appena il corteo arriva davanti al blocco vi sganciate e lanciate, quindi rientrate nelle retrovie, come d’accordo... avete preso tutto, kefiyah, eskimo?"
"Sì" dicono all’unisono.
"Allora, andate..."

I due dimostranti si sono alzati e si stanno allontanando dopo avere marchiato con il sangue i calzoni di Danilo Graf.
Mentre si alza sente la spalla dolergli come se fosse rotta all’altezza della clavicola. "No, eh!" Con la mano saggia l’osso e si inginocchia nuovamente.
"Maax!" grida. "Maaax!"

Ulteriori dettagli
Editore: 
Tranchida
Codice EAN / ISBN-13: 
9788880032861
Pagine: 
257

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