La ragazza con il cane al guinzaglio

La ragazza con il cane al guinzaglio
Autore: 
Antonio Caron

In una Genova invernale privilegiata da un clima eccezionalmente mite, il maresciallo dei Carabinieri Sebastiano Vitale si allontana per qualche giorno dalle abituali gelide nebbie per cavare dai guai un amico di famiglia incredibilmente accusato di molestie sessuali nei confronti di una bambina.

Si improvvisa solitario investigatore e con il suo eccezionale fiuto viene fra l’altro a scoprire ramificati traffici di stupefacenti che si nascondono dietro a personaggi ambigui che millantano altisonanti quanto fasulli titoli diplomatici.

Aggirandosi fra i vicoli del centro storico che si estendono talvolta come labirinti, Vitale riesce inoltre a individuare l’efferato assassino di una ragazza “acqua e sapone“ che è solita portare a passeggio i quadrupedi ospitati al canile municipale.

Nella vicenda fanno capolino disincantati commissari di Polizia e disinvolte presentatrici di televisioni private. Su trame e personaggi incombe una città in certi momenti sconcertante, ma allo stesso tempo capace di avvincere con il suo fascino un po’ misterioso.

“La ragazza con il cane al guinzaglio” è il sesto romanzo di Antonio Caron che vede protagonista il maresciallo Vitale e sua moglie: una donna più giovane di lui, con un caratterino che mal si presta all’immagine di paziente consorte che attende, facendo la calza, un marito che non sai mai quando rientra o se ne va.

Primo capitolo del libro:

Renato Cominotti era un signore sulla settantina, vedovo, pensionato da una decina d’anni. Il suo datore di lavoro (un’impresa di Stato con esuberi di personale) lo lasciò a casa prima del tempo. Aveva un figlio e una figlia sposati, ciascuno con la propria famiglia, che con una certa regolarità si facevano sentire al telefono. Negli ultimi tempi le visite all’anziano genitore s’erano peraltro fatte sempre meno frequenti; e ciò per diversi motivi: bambini indisposti, assenze per motivi di lavoro e altro. C’era in definitiva sempre qualche impedimento.

Rassegnatosi a vedere contraddette dal mondo molte sue convinzioni, Cominotti aveva da tempo accettato senza drammi le sorprese che riserva la vita. Imparò a non meravigliarsi più di niente, a tenere per sé critiche e commenti.

Le sue giornate erano tranquille e monotone. Arrivato ai sessantacinque, aveva fra l’altro smesso – per ragioni d’età – di prestare la propria opera di volontariato alla Croce Verde dove, un sabato mattina ogni mese, rimaneva disponibile per interventi e soccorsi. Aveva frequentato un corso di specializzazione, il servizio militare lo aveva prestato nella Sanità, gli era rimasto il rimpianto di non essere potuto diventare medico. Dopo la morte di sua moglie e i figli andati via di casa, la sua dimora era diventata troppo grande per una persona sola.

Aveva trascorso una vita intera da persona dabbene, cittadino integerrimo e specchiato padre di famiglia. Si era illuso – col suo reddito di pensionato e senza preoccupazioni di mantenimento dei figli – di poter trascorrere in serenità gli ultimi anni accanto alla sua cara Dina; ma un crudele destino aveva deciso diversamente. La moglie fu infatti colpita da una rara forma di tumore che la portò alla tomba in breve tempo. Trovatosi solo, dovette imparare a fare da sé; scoprì il lungo elenco di umili e preziose incombenze casalinghe di cui non s’era mai occupato; si rese conto che il semplice sedersi a tavola oppure l’infilarsi una camicia pulita erano risultato di operazioni dietro le quali c’erano amore di donna, dedizione e abilità.

Per i pasti decise in un primo momento di andare in trattoria; poi cambiò idea. Di diverso parere diventò dopo i bruciori di stomaco che gli venivano soprattutto la sera prima di andare a letto, senza contare il costo che – anche se derivato da ristoranti senza pretese – aveva una certa incidenza sul suo bilancio mensile.
S’era quindi ingegnato nella tutt’altro che facile arte di farsi da mangiare; ogni volta che metteva l’acqua al fuoco o anche soltanto aprendo una scatoletta, il suo pensiero andava a Dina, alle sue mai abbastanza riconosciute capacità di fare andare avanti la casa in modo discreto e ordinato.

La sosta all’edicola di piazza Villa era diventata metodica. Dopo avere per tanto tempo criticato chi lo faceva abitualmente, cadeva spesso nella tentazione di sfogliare per prima la pagina con i necrologi. Oltre a notare e commentare nomi eventualmente conosciuti, stava attento all’età dei defunti, pronto a consolarsi o a preoccuparsi, secondo se chi aveva lasciato questo mondo era più anziano o più giovane di lui.

Il tratto di strada oltre il chiosco dei giornali era diventato percorso fisso, così come la distanza che lo separava dall’ufficio postale dove si recava a riscuotere la pensione. Il vitalizio per un po’ se lo fece accreditare in banca; ma in seguito si sentì a disagio. Prelevando l’intero ammontare della rendita mensile, gli pareva di fare figure barbine, che gli impiegati lo giudicassero – anche se non era vero – un poveretto. Decise di chiudere il conto e di farsi accreditare l’ammontare alla posta. Oltre ad avere la possibilità di scambiare parola con pensionati come lui, non provava più il complesso che gli veniva mentre stazionava in fila allo sportello della banca fra gente che faceva operazioni con tanti zeri.

C’era, pur vero, il pericolo degli scippatori; aveva perciò imparato a premunirsi, diffidare delle facce sospette, mettere subito le banconote prelevate nella tasca interna della giacca poi abbottonata con cura.

Un po’ per abitudine e soprattutto per sviare eventuali malintenzionati, usciva di casa con una cartella di pelle ormai consunta ma che un tempo faceva la sua bella figura; riteneva infatti che gli scippatori puntassero casomai a quella, nella convinzione che contenesse chissà che cosa.

Dopo la rapida occhiata ai necrologi, metteva il giornale nella custodia per poi leggerselo con calma sulla sua solita panchina sotto gli alberi dell’Acquasola.
Oltre al quotidiano, quel mattino s’era fatto dare un noto settimanale, forse attirato dalla foto di copertina che riprendeva una bella ragazza a seno scoperto. Da salita San Gerolamo dove abitava, giunse a piazza Corvetto; fece l’abituale esercizio fisico quotidiano che si era imposto dopo il consiglio del medico di fare moto, camminare almeno un’ora al giorno per prevenire l’osteoporosi e altri malanni.

Si era poi finalmente seduto, con il giornale aperto. Era una tiepida mattina di fine gennaio, di quelle che sembrano fare le prove per l’imminente primavera. Le mamme avevano portato i bambini a giocare, pensionati e sfaccendati cercavano di far passare il tempo. Il giardino pubblico era un’oasi nella città, lontano dai rumori del traffico. Come spesso gli capitava dopo aver letto qualche articolo, Cominotti si assopì.

Fu in seguito destato improvvisamene da urla e invocazioni di soccorso. Gli sembrava ancora di sognare quando si ritrovò al Commissariato Centro con l’accusa di molestie sessuali nei confronti di una bambina e, non bastasse, detenzione di materiale pornografico.

“Signor Cominotti, come la mettiamo? Le accuse contro di lei sono gravi. Ma cosa le è saltato in mente?”.

Il commissario Leoncilli rigirava la carta di identità del pensionato come per scorgervi eventuali attenuanti; era un funzionario non più giovane che si rivolgeva alla gente con tono affabile, come non ci si sarebbe aspettato da un rigoroso tutore dell’ordine. Il suo accento non era settentrionale, ma neppure del Sud. Cominotti, che aveva girato l’Italia durante la sua attività lavorativa, immaginava fosse umbro o marchigiano. Nella sede della Polizia di Stato fu trascinato da due agenti. Sull’occhio destro aveva un’ecchimosi che si stava progressivamente colorando di viola; dalla guancia lacero-contusa usciva sangue: poca roba, non fosse stato per l’intenso bruciore che provocava.

In men che non si dica, l’anziano fu assalito da un gruppo di donne inferocite; su di lui piovvero schiaffi, pugni e calci. Gli fecero molto male in particolare le ombrellate sferrate all’impazzata da una vecchietta infuriata; mentre subiva passivamente colpi, si domandava perché mai in quella bella giornata di sole la donna portasse con sé il parapioggia.

L’uomo era stato sottratto all’ira della folla da due vigili urbani. Fu una di loro che raccolse per iscritto testimonianze e prime indicazioni.

Il commissario scorreva le righe del verbale; ogni tanto aggrottava la fronte, faceva segni di assenso e dissenso. La sua lunga esperienza lo portava a immaginare le cose come veramente potevano essersi svolte, a prescindere da dichiarazioni rese a caldo e in situazioni di emotività collettiva. Conosceva di vista il presunto “bruto”, anche se a lui Cominotti non aveva mai fatto caso; lo incontrava talvolta in un piccolo supermercato. La moglie di Leoncilli, pure lei in Polizia, aveva turni diversi e non sempre le riusciva di fare la spesa in ore canoniche. Per uno fisionomista e attento come il commissario non ci volle molto a fissare nella memoria l’anziano pensionato che, guarda caso, si trovava sempre davanti a lui alla fila della cassa.

“Stento ancora a credere che una persona seria e posata come lei abbia potuto...”.

Cominotti lo guardò con l’unico occhio rimasto in funzione, senza sapere che dire. Nel breve arco di qualche minuto era passato da cittadino irreprensibile a bieco molestatore di bambini. Ancora non si rendeva conto. Su di lui, oltre alle botte, erano calati volgarità e insulti inauditi. A mano a mano che si spargeva la voce, aumentava il numero degli arrabbiati pronti a fare giustizia sommaria.

Nei giorni precedenti, in commissariato erano giunte segnalazioni di esibizionisti che si aggiravano fra aiole e panchine del parco. C’erano state petizioni e pure i giornali ne avevano accennato. Alle redazioni giunse infine la tanto attesa notizia: il maniaco dell’Acquasola era stato smascherato e arrestato. Mamme, nonne e benpensanti potevano tirare un sospiro di sollievo...

“A questo punto, lei comprenderà che non posso fare altro che trasmettere il verbale alla Procura. Sarà il caso che lei si trovi un buon avvocato”, disse in tono grave il commissario.
Come inebetito, Cominotti non rispose. Non riusciva ancora a rendersi conto della situazione. Disse soltanto qualcosa che a Leoncilli diede peraltro da pensare:
“Come sta la bambina?”.

Il sostituto procuratore Isabella Maccara fu bloccata con un piede fuori della porta di casa. Era la sua giornata. Dopo il divorzio, ottenne di vedere il figlio in giorni determinati. Aveva già saltato un turno, sempre a causa di impegni di lavoro sorti all’ultimo minuto. Adesso era veramente seccata e, di fronte al giovane avvocato Riccardo Barrieri, non tentava nemmeno di nasconderlo. Della “piemme” il professionista conosceva umori e problemi familiari; si rendeva conto che non erano certamente quelli i momenti adatti per ottenere benevolenze, soprattutto se a beneficiarne doveva essere un individuo che voce di popolo aveva sbrigativamente marchiato come spregevole della peggiore specie.

“Avvocato, adesso non me la stia a raccontare. I fatti parlano da soli...”.

Al palazzo di giustizia c’era il solito movimento: gente che andava e veniva, porte di uffici che si aprivano e chiudevano; per giunta, quel giorno si erano pure guastati gli ascensori. Per le scale si vedevano scene di anziani avvocati ansimanti e continuamente sorpassati da giovani patrocinatori di gamba buona che salivano gli scalini a due per volta.

I vetri dell’ufficio della dottoressa Maccara avevano bisogno di una ripulita, soprattutto dall’esterno. L’uscio non si apriva se non spingendo con forza; sfregava sul pavimento e ogni volta era uno stridore da accapponare la pelle.

“Ma quando mai verranno ad aggiustarla...”, diceva ogni mattina prima di prendere posto a una scrivania coperta di carte e fascicoli.

Prima di entrare in Magistratura, Maccara aveva esercitato l’avvocatura per qualche anno. Con Barrieri si erano conosciuti ai tempi dell’università; per un certo periodo avevano frequentato la stessa cerchia di amici e fra loro c’era stata – secondo i bene informati – perfino una storia. Avevano poi preso strade diverse e non era la prima volta che i due si trovavano di fronte nelle aule giudiziarie.

Dopo il fallimento del matrimonio, la donna si era dedicata anima e corpo al suo lavoro; passava per magistrato intransigente, forse fin troppo, almeno secondo pareri anche autorevoli.

Quella mattina, a uscieri e avvocati poteva benissimo apparire con “il belin di traverso”. Barrieri, che aveva chiesto il colloquio, lo intuì sin dal primo momento, soprattutto dopo aver sentito che la donna gli dava del lei, poco disposta quindi a confidenze e concessioni.

“Se ho ben capito, il suo cliente ha adescato una bambina di cinque anni offrendole un gelato; poi l’ha ripetutamente baciata sulla bocca e palpeggiata sul petto suscitando la sdegnata reazione delle persone presenti al fatto. Il verbale parla chiaro...”.

“Non ho ancora avuto modo di parlare con l’accusato, ma la mia impressione è che si tratti d’un caso classico di ‘sbatti il mostro in prima pagina’, una notizia gonfiata in cui i media ci hanno inzuppato il pane. In ogni caso, considerata l’età e lo stato di incensurato, chiedo che il fermo non sia tramutato in arresto. Quando pensa di procedere per l’interrogatorio?”.

Dopo la denuncia a piede libero nei suoi confronti, Cominotti era tornato a casa. Quando il commissario gli domandò se conosceva un buon avvocato, cadde dalle nuvole; mantenne in sostanza lo stesso atteggiamento dimostrato fin dal primo momento: come fosse lì per caso e le gravi accuse a lui rivolte non lo riguardassero. Era in stato di choc; ricordava solamente grida disperate, una bambina stesa a terra come morta. Di tutto il resto non rammentava nulla. Non aveva detto niente a sua discolpa, con meraviglia dello stesso commissario. In casi simili, molestatori ed esibizionisti dichiarano prontamente la loro estraneità, sostengono che si è trattato di un equivoco. Nel caso specifico invece il fermato non solo non si difendeva, ma sembrava addirittura condividere, con gesti vaghi e lo sguardo smarrito, la gravità delle accuse che gli venivano contestate.

Il giorno dopo, a differenza di altre volte, la presenza al supermercato dell’anziano fu subito notata. La fotografia apparsa sui giornali era rimasta impressa. Una commessa si era rivolta alla collega:

“Di’, ma quello non è...”.
“È proprio lui. Ma che faccia tosta!”.

La sensazione che le poche cose presentate per il pagamento fossero infette e quindi maneggiate con cautela dalla donna alla cassa fu soltanto una fra le brutte esperienze – e nemmeno la peggiore – che Cominotti in quei giorni dovette subire.

La prima a telefonare fu Serena. Mario, l’altro figlio, non s’era neppure sentito di farlo. Allo sportello della banca in cui lavorava fu ben presto oggetto di insolita attenzione; sulle prime non ci fece caso, ma poi – dopo aver buttato lo sguardo al titolo e alla foto comparsi sul giornale – capì la situazione. Ai bambini era capitato di peggio. All’entrata della loro scuola ci furono alcune mamme che fecero una specie di barriera per separarli dagli altri. Le maestre dovettero darsi da fare: i compagni di banco, sobillati dai parenti, non volevano stare accanto ai nipoti del “mostro”. Davide e Gessica si sentirono emarginati e colpevolizzati. Intuita la situazione, a metà mattinata la madre venne a prenderli e li riportò a casa, intenzionata a tenerceli per almeno qualche giorno.

“Papà, che cosa hai combinato? Ma ti rendi conto in quale situazione ci hai messi tutti quanti”.

Alla agitata telefonata della figlia, Cominotti non seppe dire altro che:

“Sapessi quanto mi dispiace...”.

La sera stessa, i condomini del caseggiato riunirono una assemblea straordinaria; fu votato un ordine del giorno contrario al rinnovo del contratto di affitto nei confronti dell’imbarazzante inquilino.

A Cominotti fu tolto il saluto. Incontrandolo per le scale o in strada, tutti giravano lo sguardo fingendo di non vederlo. Il figlio bancario fu provvisoriamente trasferito dallo sportello ad altro ufficio; l’azienda di credito aveva in questo modo voluto tutelare il proprio dipendente contro “eventuali discriminazioni”. Piuttosto che rivolgersi a lui, i clienti della banca preferivano fare lunghe file da altri impiegati.

Nello studio di Barrieri, i figli di Cominotti avevano un’espressione affranta e lo sguardo perso nel vuoto.

“Avvocato, non sappiamo più che fare. Dall’oggi al domani, la nostra vita e quella dei nostri bambini è drammaticamente cambiata; non possiamo nemmeno più tenerli a scuola. Tutti ci evitano come appestati. Ci aiuti lei...”.

Ulteriori dettagli
Editore: 
Fratelli Frilli
Codice EAN / ISBN-13: 
9788887923827
Pagine: 
192

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