Figli del Nilo

Figli del Nilo
Autore: 
Wilbur Smith

Densa come una nube di sabbia sollevata dal khamsin, il vento che tutto avvolge nel suo turbine, è la minaccia che incombe sull'Egitto dopo la morte del saggio e glorioso Faraone Tamose.

Una minaccia che si nutre non solo del sangue del popolo egizio, che arrossa i campi di battaglia nell'interminabile guerra contro gli hyksos, gli invasori stanziati nel nord del Paese, ma anche del suo animo, corroso da individui sprezzanti della volontà divina, come Naja, il crudele e ambizioso reggente. Un uomo soltanto sa che quel khamsin generato dall'odio e dall'inganno deve essere disperso, altrimenti l'intera civiltà egizia sarà annientata: quell'uomo è Taita, l'anziano eunuco che ormai da anni vive nel deserto, in assoluta solitudine, affinando le sue arti magiche e custodendo la tomba dell'adorata regina Lostris. Ed è proprio Lostris, apparsagli in sogno, a richiamare Taita all'azione: soltanto sotto la sua guida, infatti, il giovane principe Nefer, figlio di Tamose, potrà percorrere la difficile strada che lo condurrà verso il suo destino di Faraone in un Egitto nuovamente riunito e in pace. Costretti a fuggire dalla loro patria, Taita e Nefer dovranno combattere insieme il pericolo incombente, ognuno con le proprie armi: Taita il mago diventerà terra, acqua, aria e fuoco, piegando gli elementi alla sua volontà e affrontando le ombre del male con arcani riti; Nefer il principe diventerà un guerriero, imparando che nulla è più letale della forza che vibra nell'animo dei giusti. Talvolta gli dei si dimostreranno benevoli, offrendo a Taita nuove, impensabili ragioni di speranza e a Nefer il più prezioso dei tesori: la volitiva Mintaka, principessa hyksos che ha a cuore il destino dell'Egitto quanto lui. Ma non saranno poche le sofferenze, non sarà facile distinguere tra alleati e nemici: eppure, oltre le dune e le rocce, oltre una natura ammaliante e terribile in cui le belve gareggiano in ferocia con gli uomini, c'è sempre il grande fiume che scorre immutabile. E' lui il vero padre dell'Egitto, la vera meta del lungo viaggio: perché Taita, Mintaka e Nefer sono, sopra ogni altra cosa, figli suoi, figli del Nilo...

Tratto dal libro:" COME un serpente che distende sinuoso le sue spire, una fila di carri da combattimento correva lungo la pista tortuosa, scendendo verso il fondovalle. Il ragazzo, aggrappato alla sponda anteriore del carro di testa, alzò gli occhi sulle pareti di roccia che sembravano serrarsi su di loro in una morsa. La pietra scabra era crivellata di fori d'accesso alle tombe antiche, fitte come le celle di un'arnia. Quei pozzi di tenebre lo fissavano come gli occhi implacabili di una legione di jinn. Il principe Nefer Memnone rabbrividì e, con un furtivo segno di scongiuro della mano sinistra, distolse lo sguardo.

Lanciando un'occhiata alle proprie spalle, lungo la colonna, vide che Taita si trovava sul carro immediatamente dietro il suo e, circondato da vortici di polvere, lo stava osservando. Il vecchio e il suo carro erano coperti da un velo di polvere chiara, ma un raggio di sole, l'unico che riuscisse a penetrare in quella valle stretta e profonda, scintillò sulle particelle di mica e colpì Taita, facendolo brillare come se fosse l'incarnazione di un dio. Nefer abbassò la testa di scatto, provando un senso di vergogna, quasi di colpa, al pensiero che il vecchio si fosse accorto di quel fuggevole timore superstizioso. Nessun principe della casa di Tamose avrebbe mostrato una simile debolezza, soprattutto se, come lui, si fosse trovato alle soglie della virilità. D'altronde Taita lo conosceva meglio di chiunque altro, perché era il suo tutore fin dall'infanzia e gli era stato più vicino dei genitori o dei fratelli. L'espressione di Taita sembrava distaccata, eppure, anche a quella distanza, i suoi occhi sembravano penetrare sino in fondo all'animo di Nefer, vedere tutto e comprendere tutto.

Nefer tornò a guardare in avanti, ergendosi in tutta la sua altezza al fianco del padre, che tirò le redini, incitando i cavalli con uno schiocco della lunga frusta. E d'un tratto la valle si allargò di fronte a loro, formando il grande anfiteatro che accoglieva le rovine della città di Gallala. Nel vedere per la prima volta quel famoso campo di battaglia, Nefer venne quasi travolto dall'emozione. Taita aveva combattuto in quel luogo, a fianco del semidio Tanus Harrab, colui che aveva annientato le forze oscure incombenti sul loro stesso Paese, l'Egitto. Tutto ciò era avvenuto oltre sessant'anni prima, ma Taita aveva raccontato la battaglia a Nefer in ogni minimo dettaglio, e il suo racconto era stato così vivido che il giovane aveva avuto l'impressione di trovarsi lì, di essere stato spettatore di quel giorno fatale.

Il padre di Nefer, il dio e Faraone Tamose, eseguì la manovra per portare il carro a ridosso della porta ormai in rovina, poi tirò le redini per fermare i cavalli. Alle sue spalle, cento carri, l'uno dopo l'altro, eseguirono la stessa manovra, tutti alla perfezione, e i conducenti scesero a frotte per abbeverare i cavalli. Quando il Faraone parlò, lo strato di polvere che si era formato sulle guance prese a sgretolarsi, facendogli cadere una cascatella di sabbia sul petto. "Dobbiamo ripartire prima che il sole sfiori la cima delle colline", esclamò, rivolto al Gran Leone d'Egitto, il nobile Naja, comandante dell'esercito e suo compagno prediletto, Desidero attraversare di notte le dune che ci separano da El Gabar." Poi il Faraone Tamose guardò Nefer. La corona azzurra di guerra, costellata di pagliuzze di mica, scintillava sulla sua testa e gli occhi iniettati di sangue erano segnati agli angoli da minuscoli grumi di terriccio umido di lacrime quando disse al figlio: "E' da qui che ti lascerò proseguire con Taita".

Nefer aprì la bocca come per protestare, ma già sapeva che ogni tentativo di opporsi sarebbe stato inutile. Lo squadrone doveva proseguire per affrontare il nemico. Il piano di battaglia del Faraone Tamose era stato tracciato: le truppe avrebbero descritto un cerchio in direzione sud, superando le Grandi Dune e passando tra i laghi amari di natron per sorprendere il nemico alle spalle. Poi avrebbero aperto un varco proprio al centro dello schieramento avversario: attraverso quel varco si sarebbero riversate le truppe egizie, ammassate in attesa sulla riva del Nilo, di fronte ad Abnub. Tamose avrebbe così riunito i due eserciti e, prima che il nemico potesse riprendersi dal colpo subìto, avrebbe proseguito oltre Tell el Daba per conquistare la fortezza nemica di Avaris.

Era un piano brillante e audace che, se fosse riuscito, avrebbe posto fine alla guerra con gli hyksos che infuriava già da due generazioni. A Nefer avevano insegnato che due erano i motivi della sua esistenza sulla terra, il combattimento e la gloria; eppure, sebbene avesse già quattordici anni, non gli era stato ancora consentito di dar prova del suo valore. Desiderava con tutta l'anima cavalcare incontro alla vittoria e all'immortalità a fianco del padre, ma, prima ancora che le proteste potessero uscirgli di bocca, il Faraone gli chiese: "Qual è il primo dovere di un guerriero?"
Nefer abbassò gli occhi. "E' l'obbedienza, maestà", mormorò, con riluttanza.
"Non dimenticarlo mai." Il Faraone annuì e distolse lo sguardo.
Il ragazzo si sentì disprezzato e respinto. Aveva gli occhi che bruciavano e il labbro superiore che gli tremava, ma lo sguardo di Taita lo spinse a ricomporsi. Allora sbatté le palpebre e, dopo aver bevuto dall'otre appeso alla sponda laterale del carro, si rivolse al vecchio mago, scuotendo con aria spavalda i riccioli incrostati di polvere. "Mostrami il monumento, Tata", gli ordinò.

Quella coppia singolare passò attraverso la folla di carri, uomini e cavalli che si ammassava nell'angusta strada della città in rovina. Venti soldati, nudi per sopportare meglio il caldo torrido, si erano calati nei profondi pozzi scavati nel terreno, formando una catena di secchi per portare in superficie l'acqua, scarsa e amara. Un tempo, quei pozzi erano stati tanto generosi da alimentare la vita di una città ricca e popolosa, situata sulla strada commerciale tra il Nilo e il mar Rosso. Poi, alcuni secoli prima, un terremoto aveva sconvolto la falda acquifera, bloccando la corrente sotterranea, e la città di Gallala era morta di sete. Ormai l'acqua era appena sufficiente a placare la sete di duecento cavalli e riempire gli otri prima che i pozzi si prosciugassero.

Taita condusse Nefer attraverso i vicoli, passando davanti a templi e palazzi ormai abitati soltanto da lucertole e scorpioni, fino a raggiungere la piazza centrale. Al centro sorgeva il monumento eretto in onore del nobile Tanus e del suo trionfo sulle schiere di banditi che avevano quasi messo in ginocchio la nazione più ricca e potente della terra. Il monumento era una bizzarra piramide di teschi umani, saldati insieme e protetti da alcune lastre di roccia rossa. Mille e più teschi fissavano sogghignando il ragazzo, mentre lui leggeva a voce alta l'iscrizione sul portico di pietra.

LE NOSTRE TESTE RECISE RAMMENTANO
LA BATTAGLIA AVVENUTA IN QUESTO LUOGO,
DOVE SIAMO PERITI SOTTO LA SPADA DI TANUS HARRAB.
GRAZIE ALLE IMPRESE DI QUEL NOBILE GLORIOSO,
POSSANO LE GENERAZIONI FUTURE COMPRENDERE
LA GLORIA DEGLI DEI E IL POTERE DEI GIUSTI.
COSÌ FU DECRETATO
NEL QUATTORDICESIMO ANNO DI REGNO
DEL DIVINO FARAONE MAMOSE

Accovacciato all'ombra del monumento, Taita osservò il principe che girava intorno al singolare monumento, soffermandosi a intervalli di pochi passi, coi pugni piantati sui fianchi, per studiarlo da tutte le angolazioni. Sebbene l'espressione di Taita fosse distaccata, i suoi occhi erano pieni di affetto. Il suo amore per Nefer veniva da lontano, sgorgava dalla vita di altre due persone. Anzitutto da quella di Lostris, regina d'Egitto. Taita era un eunuco, ma era stato castrato dopo la pubertà, e quindi sapeva bene che cosa voleva dire amare una donna. A causa della mutilazione subita, però, l'amore di Taita era puro, e lui lo aveva riversato interamente su Lostris, la nonna di Nefer. Si trattava di un amore così totale che, persino in quel momento, a vent'anni dalla morte di Lostris, la regina costituiva ancora il centro dell'esistenza di Taita.

L'altra persona era il nobile Tanus Harrab, l'uomo in onore del quale era stato eretto quel monumento. Per Taita era stato più di un fratello. Ormai Lostris e Tanus erano morti, ma il loro sangue era unito nelle vene del ragazzo. Da quell'unione illecita di tanto tempo prima era infatti nato il bambino che, crescendo, era diventato il Faraone Tamose, e ora guidava lo squadrone di carri che li aveva portati fin lì: il padre del principe Nefer.
"Tata, fammi vedere dove hai catturato il capo di quei banditi." La voce di Nefer era incrinata dall'eccitazione e dalle avvisaglie della pubertà. "E' stato qui, vero?" Il ragazzo corse verso il muro diroccato sul lato meridionale della piazza. "Raccontami di nuovo la storia."

"No, è successo qui. Da questa parte." Taita si alzò, avviandosi con le gambe lunghe da cicogna verso il muro orientale e levando lo sguardo verso la sommità diroccata. "Il bandito si chiamava Shufti, ed era guercio e brutto come il dio Seth. Cercava di sfuggire al combattimento arrampicandosi su quel muro, lassù..." Si chinò a raccogliere tra le rovine un mezzo mattone di fango, cotto nella fornace, e all'improvviso lo lanciò oltre la sommità del muro imponente. "Gli spaccai il cranio e lo trascinai giù con un colpo solo."

Sebbene Nefer conoscesse per esperienza la forza del mago e sapesse che la sua capacità di resistenza era leggendaria, rimase sbalordito da quel lancio. E' vecchio come le montagne, più vecchio di mia nonna, giacché l'ha allevata come ha fatto con me, rifletté, meravigliato. Si dice che abbia assistito a duecento inondazioni del Nilo e abbia costruito le piramidi con le sue stesse mani. Poi, a voce alta, domandò: "Gli hai staccato la testa, Tata, e l'hai messa su quella pila laggiù?" E indicò il macabro monumento.
"Conosci bene questa storia… Devo avertela raccontata almeno cento volte", si schermì Taita.
Ma il ragazzo sapeva che quella riluttanza, in apparenza dettata dalla modestia, non era sincera. "Racconta di nuovo!" gli ordinò allora.
E Taita si sedette su un blocco di pietra, mentre il ragazzo si accovacciava ai suoi piedi, felice di ascoltare per l'ennesima volta quel racconto e bevendo avidamente le parole dell'eunuco finché i corni d'ariete dello squadrone non lanciarono un richiamo, con uno squillo che s'infranse in echi sempre più fiochi lungo le pareti di roccia nera. "Il Faraone ci chiama", disse Taita, alzandosi per ricondurre il ragazzo oltre la porta.

Fuori delle mura c'era un gran trambusto: lo squadrone si stava preparando al percorso che lo attendeva in mezzo alle dune. Gli otri erano nuovamente gonfi d'acqua, mentre i soldati controllavano e stringevano le cinghie degli equipaggi prima di risalire sui carri.
Quando i due uscirono dalla porta della città in rovina, il Faraone Tamose guardò al di sopra dei suoi uomini e, con un cenno, chiamò Taita. Insieme, i due si allontanarono per non farsi sentire dagli ufficiali. Il nobile Naja fece per raggiungerli, ma Taita sussurrò una parola all'orecchio del Faraone e Tamose si voltò, congedando il comandante dell'esercito con poche, brusche parole. Il nobile arrossì, mortificato, poi lanciò a Taita un'occhiata feroce e pungente come una freccia da guerra.

"Hai offeso Naja. Un giorno potrei non essere abbastanza vicino da riuscire a proteggerti", mormorò il Faraone all'eunuco.
"Non possiamo fidarci di nessuno", borbottò Taita. "Almeno finché non avremo schiacciato la testa al serpente del tradimento che serra le sue spire intorno alle colonne del tuo palazzo. Finché non tornerai da questa campagna al nord, soltanto noi due dobbiamo sapere dove porterò il principe."
"E neanche Naja dovrà saperlo?" Il Faraone scoppiò a ridere, come per liquidare le ansie del vecchio. Naja per lui era come un fratello: avevano percorso insieme la Via Rossa.
"Neanche Naja", ribadì Taita. I suoi sospetti si andavano facendo sempre più concreti, ma non aveva ancora raccolto tutte le prove di cui aveva bisogno per convincere Tamose.
"Il principe sa per quale motivo vi addentrerete nella desolazione del deserto?" domandò il Faraone.
"Sa soltanto che andremo a completare la sua istruzione e a catturare il falco sacro."
"Ah, mio buon Taita!" esclamò il Faraone. "Tu sei sempre stato molto misterioso, eppure mai bugiardo. Non c'è altro da dire, visto che abbiamo già detto tutto. Ora va', e possa Horus stendere le sue ali su te e Nefer."
"Guardati le spalle, maestà, perché, in questi giorni, i nemici sono dietro di te, oltre che di fronte."
Il Faraone posò la mano sul braccio del mago, stringendo con forza. Sotto le sue dita, il braccio era sottile, ma duro e vigoroso come un ramo secco di acacia. Poi Tamose tornò verso Nefer, che lo attendeva accanto alle ruote del carro reale.

Il ragazzo aveva l'aria offesa di un cucciolo al quale è stata negata la possibilità di giocare. "Divina maestà", disse, "nello squadrone ci sono uomini più giovani di me..." Fece un ultimo, disperato tentativo per convincere il padre che era suo dovere accompagnare i carri.
Il Faraone naturalmente sapeva che il ragazzo aveva ragione. Meren, nipote dell'illustre generale Kratas, era nato tre giorni dopo Nefer, eppure già cavalcava insieme col padre, come portatore di lancia in uno dei carri della retroguardia.
"Quando mi consentirai di venire in battaglia con te, padre?"
"Forse quando avrai percorso la Via Rossa. A quel punto, nemmeno io potrò impedirtelo."
Era una promessa vana, e lo sapevano entrambi. Percorrere la Via Rossa era la prova di abilità più ardua che si potesse affrontare coi cavalli e con le armi, e pochi guerrieri l'avevano superata. Si trattava di una prova durissima, che fiaccava, sfiniva e a volte uccideva persino un uomo nel fiore degli anni e addestrato alla perfezione. Quel giorno era molto lontano per Nefer.

Poi l'espressione temibile del Faraone si raddolcì. Serrò il braccio del figlio nell'unico segno di affetto che poteva permettersi davanti alle truppe. "Ora ti ordino di andare con Taita nel deserto per catturare il falco sacro e dimostrare così che nelle tue vene scorre sangue reale e che avrai il diritto di portare, un giorno, la corona doppia."

Ulteriori dettagli
Editore: 
Longanesi
Codice EAN / ISBN-13: 
9788830416611
Pagine: 
654
Anteprima: 

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